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Le vite degli altri

Scrivendo la prima bozza di questo post avevo preparato una fantastica introduzione per mettervi in condizione di capire le mie riflessioni. Poi mi sono reso conto che leggere tutte quelle righe sarebbe stato interessante tanto quanto osservare un pezzo di ferro arrugginire e ho cancellato tutto. Se non avete già letto i pezzi a cui faccio riferimento ecco i link: Mors tua vita mea, Mortacci tua vita mia, Vita tua vita mea.

E l’introduzione l’abbiamo sfangata alla grande! Ciò detto, voliamo al succo del discorso.

Questi tre pezzi mi hanno dato tantissimi spunti di riflessione e per questo ringrazio Silvia&Silvia. First of all, mi sono accorto che, giustamente (?), chi ama alla follia il suo sport guarda agli altri con i paraocchi del cavallo che, per non sbagliare strada e non perdersi in inutili distrazione, è costretto sempre a fissare la stessa direzione. Oltre ad amare tutti gli sport (quasi) indistintamente, (oh i gusti son gusti) ho la fortuna di adorare il basket e la pallavolo: il primo lo seguo ormai da addetto ai lavori, il secondo invece l’ho praticato per diversi anni e non manco di appassionarmene tuttora. Provo allora una riflessione a 360 gradi sulla diatriba in atto.

In Italia la pallavolo è l’unico sport di discreta risonanza mediatica che, coniugato al femminile, non paga dazio alla controparte maschile. Dove sta la chiave del successo? Nelle tante belle ragazze che lo praticano? Forse. Nella rete più bassa? In parte. In tanti altri fattori? Sicuramente. Da una parte io mi sento di fare sempre tanti applausi ai responsabili marketing e comunicazione che sfornano idee geniali in grado di catturare l’attenzione di tifosi, appassionati e simpatizzanti. Una cosa che, al momento, nel basket femminile manca e che, lentamente sta iniziando a prendere forma. Speriamo bene. La pallavolo femminile italiana, al di là dello splendido risultato degli ultimi Mondiali, di cui tutti dobbiamo andare fieri, soprattutto perché hanno saputo ricostruire, in parte, il famoso spirito di unità che, tanto per cambiare, era stato smembrato dalla disastrosa spedizione azzurra in Brasile a giugno (ma questo è un argomento così vasto che ci ho pure dedicato un capitolo della mia tesi di laurea), non naviga nell’oro. L’anno scorso il campionato era azzoppato tanto quanto quello femminile con sole undici squadre partecipanti. La Lega Pallavolo, però, ha capito l’importanza d’investire nel mezzo televisivo perché è l’unico in grado di portare lo sport nelle case degli italiani. La Lega Basket Femminile, invece, da quest’anno ha iniziato l’esperimento delle dirette streaming di tutti i campi di A1 (finalmente!) in attesa del lancio della famosa TV del basket tanto propagandata dal presidente Petrucci. Al momento, però, le dirette streaming si rivelano utili solo ai tifosi che già seguono questo sport e non contribuiscono di certo ad avvicinare nuovo pubblico al movimento del basket femminile. Cosa serve allora?

Silvia Gottardi, al termine del suo primo post, ha fatto centro: serve lo spettacolo. La chiave del successo della WNBA, oltre al pazzesco concentrato di talento, è proprio lo spettacolo. Nel basket maschile i giocatori schiacciano, volano alla ricerca di pazzeschi alley-oop, prendono l’ascensore per salire a stoppare ad altezze clamorose gli avversari lanciati a canestro. Nella pallavolo maschile, al di là di pregevoli disquisizioni tecniche, il gioco è molto simile al femminile: il grado di spettacolarità è spesso pari (anzi, nella versione in rosa si difende molto di più quindi gli scambi spesso risultano più lunghi e appassionanti) grazie all’adattamento fatto dell’altezza della rete. Le pallavoliste non sono atlete super dotate nel salto rispetto alle cestiste (Silvia Raccagni voi pallavoliste non ci arrivate a schiacciare nel canestro, fidati, come ben ti ha spiegato Silvia Gottardi) ma hanno il vantaggio di una rete, appunto, più bassa. Allora perché non iniziare a pensare di modificare qualche regola anche nel mondo della pallacanestro in rosa? La palla più leggera, come ha giustamente detto Silvia, è davvero una cavolata. Abbassate i canestri permettendo alle giocatrici di 190 cm di schiacciare come fanno i colleghi maschi di 200 e passa cm.

Per quanto riguarda tutti gli altri temi affrontati, pallavoliste che in ricezione attendono la battuta avversaria con culo in bella mostra, ragazze che giocano truccate, cestiste cozze, divise attillate, credo che davvero non valga la pena spendere alcuna parola perché qui la polemica è davvero sterile. Le foto in fondo al pezzo credo siano esplicative di per sé. Sullo sforzo fisico, invece, non c’è discussione: il basket è fuori da ogni dubbio lo sport di squadra più faticoso in assoluto (escludendo gli sport giocati in acqua come la pallanuoto perché qui apriremmo un altro lunghissimo discorso). La pallavolo richiede meno energie ma non per questo deve essere allora sminuita. Si tratta di due discipline diverse che, su questo piano non possono e non devono essere confrontate.

Per concludere, il basket femminile ha bisogno di maggiore tutela, ma da parte di chi? La risposta me l’ha data qualche mese fa Luca Corsolini di SKY mentre chiacchieravamo proprio a questo riguardo. «Bisogna impegnare la federazione sul suo progetto di creazione di un canale dedicato a garantire al basket femminile lo spazio che deve avere e che non trova sulle emittenti nazionali il suo ruolo per un difetto di gestione del basket maschile. Se davvero vogliamo copiare l’NBA facciamolo in toto e, come fanno negli States dove tutelano la loro lega professionistica femminile, trattiamola anche noi alla stregua della maschile. Questa è la vera battaglia da portare avanti».

Insomma, di carne al fuoco ce n’è così tanta che si potrebbe fare una maxi grigliata e invitare pallavoliste e cestiste a un mega pranzo di riconciliazione. La pallavolo deve continuare sulla sua strada perché ha saputo fare centro in molte decisioni prese. Il basket deve liberarsi del carrozzone di parassiti che vivono delle assurde tasse che le società sempre più in difficoltà sono costrette a pagare non solo per iscriversi ai campionati, e imparare a investire nella comunicazione.

Investire nella pubblicità in tempo di crisi è come costruirsi le ali mentre gli altri precipitano. -Steve Jobs-

Le vite degli altri

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Pubblicato da

nickdals

Laureato magistrale in scienze storiche, ho collaborato per la testata Vicenzapiù.com occupandomi prevalentemente di sport. Sono appassionato di tecnologia, fotografia e cinema. Scrivo anche su www.familafans.net e su BGTalks.com

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